Stanotte ho fatto un sogno. Ho fatto un sogno e mi è tornata voglia di innamorarmi. Procediamo con ordine: il sogno. Io stavo assieme a una ragazza bellissima, che mi piaceva moltissimo e con cui mi trovavo magnificamente. In tutto il sogno si vedevano soltanto ragazze splendide e nemmeno un maschio in circolazione, tranne me, almeno fino a un certo punto. A questo punto, arrivava una ragazza dalla bellezza acciecante, che faceva sbavare me e tutti gli altri maschi, che non si vedevano, ma di cui io riuscivo a percepire il sentimento comune. Questo entusiasmo da parte di tutta la popolazione onirica maschile, non infastidiva la mia dolce metà, ma il mio interessamento alle morbide e sinuose forme della nuova arrivata, la rodeva internamente e la rabbuiava esteriormente. Da parte mia, cercavo di rassicurarla dicendole la pura e semplice verità: quella nuova arrivata mi faceva ribollire il sangue e mi provocava reazioni ormonali da tredicenne alle prese con una compagna in minigonna, ma l’amore, quello che ha già sorpassato e doppiato il fattore fisico, quello per cui non vedi nessun’ altra ragazza e vedi invece futuro roseo, teatri, viaggi passeggiate e lunghi baci, quell’ amore lì era per lei. Poco dopo questa spiegazione, io mi ritrovavo, senza sapere perché, ad attraversare una porta, di quelle coi maniglioni antipanico, tutta piena di graffiti colorati, alla fine di un lungo corridoio stretto, male illuminato e pieno di graffiti alle pareti pure lui. Valicata la soglia, assistevo all’aggressione della nuova arrivata da parte di un uomo, il primo ed ultimo che si sia effettivamente visto in tutto il sogno, vagamente simile a Bruce Willis. Questi, venendo da una lunga rincorsa, aveva spinto la ragazza in fondo a un corridoio del tutto simile a quello da cui ero arrivato io, che partiva perpendicolarmente sulla sinistra della mia prospettiva (spalle alla porta coi maniglioni), ma a fondo cieco e più corto di circa due terzi. Mentre la ragazza si stava rialzando, l’uomo mi colpì improvvisamente e corse ad aiutare la poverina. Quando fu giunto di nuovo nelle mie vicinanze, accompagnato da lei che si sosteneva, ancora tramortita, col braccio attorno al suo collo, feci appena in tempo a dire “Ma che cazzo fa…” prima che lui infondesse nuova linfa al mio sbigottimento con tre parole granitiche: “E’ stato lui.” Non saprei dire come fosse la mia faccia in quel momento, ma interiormente mi sentivo completamente smarrito. Iniziai a fare tutti quei ragionamenti razionalistici come: “E’ la mia parola contro la sua: se ci sarà un processo, non potrò dimostrare la mia innocenza!” D’improvviso, notai che l’uomo mi stava facendo l’occhiolino e altri chiari cenni d’intesa. Lo smarrimento rallentò la sua crescita a favore dello sbigottimento, che era salito alle stelle, come se fossero stati in rapporto inversamente proporzionale. L’uomo chinò la testa verso di me e mi sussurrò all’orecchio, in modo che la ragazza non potesse sentirlo: “Non fare quella faccia, dài…sto facendo il solito trucco che…” Non fu necessario che aggiungesse altro, lo sbigottimento prese sottobraccio lo smarrimento e se ne andarono tutti e due di gran corsa ad aspettare momenti migliori. Il trucco, che a tutti noi maschi in questo mondo popolato di sole donne da sogno era arcinoto, consisteva nell’aggredire, senza causarle alcun pericolo reale, la ragazza che si desiderava conquistare appena fosse stata da sola e fosse passato qualche altro maschio, scaricare la colpa sul passante e fare la figura del principe azzurro. Mi meravigliai per un attimo di non avere colto al volo la situazione, dato che, oltre ad essere molto noto, quello era il trucco più usato da tutti noi maschi popolanti il sogno; segretamente custodito, poiché molto funzionale, lontano dalla conoscenza femminile. Decisi così di giocare fino in fondo e dissi: “Sì: sono stato io, hai qualche problema?” Tutto andò secondo il solito copione: lui fece finta di colpirmi ancora, io andai a terra, lui disse qualche parola da duro dal cuore d’oro che la fecero sciogliere e si allontanò. Io aspettai un po’ per sicurezza, poi aprii gli occhi e notai che a fissarmi c’era nientemeno che la mia dolce metà. Non appena ebbi aperte le palpebre, mi disse: “E perché l’avresti aggredita, di grazia?” Lo smarrimento tornò alla carica. Volevo dirle che quell’aggressione, quella finta, fintissima aggressione, era la dimostrazione di come io non nutrissi alcun interesse per quella ragazza, dal momento che, facendo la figura dell’aggressore, non avrei mai più potuto provarci con lei, il che comunque non mi interessava, visto che io amavo lei sola nella maniera stupenda in cui lo facevo. Così facendo, avrei segnato la fine dell’era del rimorchio facile per noi maschi, sicché, invece di proclamare la mia totale innocenza, optai per un’omissione di verità e una difesa basata sulla contrapposizione ormoni-viaggifuturoteatropasseggiatelunghibaci. Da qui in avanti il ricordo del sogno si fa nebuloso; so che la mia difesa non funzionò e che l’ultima immagine è quella di lei che si allontana all’orizzonte.
Ora: perché in seguito a questo sogno mi è tornata voglia di innamorarmi? Perché amavo, molto semplice. E’ più di un anno che non amo alcuna ragazza; non faccio vita monacale, ma non amo nessuna ragazza da tempi di Kiara e non ho una ragazza che io voglia chiamare “la mia ragazza” (e non una che si riferisca a me come “il mio ragazzo” solo perché ha avuto il privilegio di venire a letto col sottoscritto) da ancora prima. Adesso vorrei innamorarmi davvero: il sogno ha risvegliato in me il desiderio di farmi trascinare irrazionalmente da una ragazza, di fare pazzie, di incazzarsi, di amare perché sì e non perché “è carina, simpatica e intelligente”. Come con Kiara. Io voglio un’altra Kiara; non voglio Kiara (non credo sia neppure il momento, veramente), voglio un’altra con cui avere quello che avevo con Kiara. Tantopiù che quando poi mi sono svegliato, ho esclamato: “Ma che cazzo di metodo di rimorchiare è?!”