Í´Οναρ αντί ονείρατος.
vi spiego David Lynch.
Credo che siano infinite le interpretazioni, le letture, le congetture che si fanno riguardo a David Lynch. Mi voglio qui soffermare ad esporvi alcune mie personali riflessioni, che sono nate dalla visione del film "Velluto blu", qualche giorno fa. Mi accingo quindi a scrivere sotto l'ispirazione dell'opera, la freddezza dei giorni passati e la forza della commissione. Avverto fin da subito che, a causa della mia pigrizia, la discussione sarà rivolta ad un pubblico che ha visto il film, o che quanto meno ne abbia una vaga reminiscenza, quindi sarà omessa quasi del tutto una sinossi della trama.
"Velluto blu", prima di tutto, è una canzone di Bobby Vinton: rappresenta gli anni '50, l'America che ha vinto la guerra, quella di Happy days, della coca-cola anti-URSS e dei drive-in: l'America di Lynch giovane, insomma. E dove, se non in un posto che conosce molto bene, avrebbe potuto ambientare un film come questo, onirico e voyeuristico? Ma "velluto blu" è anche un filo connettore, che rincorre lo svolgimento del film, uscendo dalle incantevoli labbra di Isabella Rossellini, prendendo forma nel suo vestito, in un fazzoletto, in una delle indefinite sfaccettature della perversione di Frank ( che ne rappresenta, chissà, il contropelo, che fa venire la pelle d'oca?), fino a non raccapezzarsi più nemmeno lui di dove si trova e perché, in pieno accordo con l'organizzazione onirica del complesso. Difatti, alla fine del film lo spettatore si trova del tutto spaesato, senza una vera soluzione per quanto ha visto, con solo un tranquillo risveglio, dato dalla fine del film, a rassicurarlo. Eppure non c'è coinvolgimento, non c'è immedesimazione in nessuno dei personaggi: Jeffrey è troppo indefinito, incoerente, pauroso, sfacciato e maltrattato, Sandy è troppo brava ragazza biondina, impressionabile, grottesca nelle emozioni e stereotipata nei comportamenti, Frank è il Cattivo, un concentrato di ansie materne personificato. C'è un distacco dallo schermo, una freddezza nei confronti di ciò che accade ai protagonisti: si ha l'impressione di navigare nel sogno di qualcun altro, di sbirciare nella testa di qualcuno che dorme ( magari attraverso un orecchio?), che magari immagini a sua volta, come in un gioco di scatole cinesi, che qualcuno sbirci, questa volta da un armadio, e che costruisca intorno a questa fantasia una storia. La storia in questione è lacunosa, ambigua, a tratti è fatta di scene inspiegabilmente crude o violente, ma alla fine va tutto bene e c'è un detective della polizia a rassicurare che è tutto finito. Come? Perché? E' inutile chiederselo e frugare fra i dettagli di quello che si è visto; anche se è sempre buona cosa credere che una spiegazione ci deve essere per forza e che se è stata negata vuol dire che bisogna trovarla da sé, anche se durante lo svolgimento si ha sempre l'illusione che alla fine tutto sarà chiarito, non è così: la soluzione razionale a tutti gli interrogativi che il film lascia aperti non esiste. Ma d'altronde è questo il bello dei sogni: sembrano veri.