giovedì, 19 luglio 2007
Scritto dal lunatico Zagherro alle 18:35

Banalità.


Mi siedo a scrivere spinto da una riflessione abbastanza definita, che è nata così: seduto in poltrona, leggevo Calvino. Mi sono fermato perché avevo voglia di una sigaretta, seppure ultimamente io stia fumando poco. Con la sigaretta e la solitudine in casa, è nato automaticamente il momento di riflessione. Pensavo alla lettura, al fatto che molti la considerano oramai una specie di entità astratta: “la lettura” di qua, “la lettura” di là…E tutti, lettori e no, a considerarla come una nobile attività, da intelletti fini, da persone “altolocate” (diceva qualcuno una volta), roba da elite, insomma. Mi chiedevo, quindi, se fosse poi una così nobile arte, una cosa da darsi così poco per scontata. La risposta sociologica è che evidentemente lo è, ma nel microcosmo della mia testolina ragionavo a quale sia l’essenza del leggere; del leggere libri, romanzi in particolare, diciamo. Dal punto di vista linguistico, qualunque testo scritto è un metasegno, poiché ogni simbolo tracciato sulla carta rimanda a un significante fonico, che a sua volta ci traghetta al significato. Ma questo è un po’ come analizzare un vino dalla bottiglia e quindi il mio pensiero si è concentrato direttamente sul significato. Leggendo, ci si rende partecipi di un messaggio che, impresso su carta e specialmente se pubblicato, diviene immortale o quasi e soprattutto aperto ad un pubblico potenzialmente illimitato. Pensavo che più nobile della lettura, chissà perché, potesse essere solamente ascoltare direttamente le parole dell’autore. Starsene seduti a farsi raccontare direttamente la storia coi toni e le pause di chi l’ha prodotta, mi pareva fosse necessariamente un avvicinamento alla realtà significante-significato e quindi, di conseguenza, qualcosa di più vero. Quanto egoismo! Mi accorgo pochi minuti dopo, invece, che ogni copia di un libro è un focolare attorno al quale stare ad ascoltare il messaggio, pure metasegnicamente. L’immortalità, cioè, è il massimo a cui in questa vita di finitezze si possa aspirare e la finitudine dei grandi uomini credo sia una delle più grosse sciagure che cadono addosso a chi resta, per quanto resta. Pochi e saggi sono quelli che riescono ad accettare l’idea della morte, per sé e per gli altri, ma credo sia meglio così: la passione è per definizione irrazionale e senza passione (cioè affezione per qualsivoglia sentimento) la vita degli uomini sarebbe certo più misera. Ve l’immaginate voi un Romeo, che credendo morta Giulietta, invece di uccidersi a sua volta, si volta e se ne va esclamando: “Vabbeh: prima o poi tocca a tutti.”? Io no.

 

Postilla:

Ribaltando il discorso sulla lettura, mi chiedevo se ci sia una Necessità per cui alcune storie vedano la luce mentre altre non. Al di là della volontà dell’autore, intendo. Tutto ciò assumendo per dato il fatto che nessun autore abbia appuntato e sviluppato tutte le storie che gli sono passate per la mente prima o dopo. E ancora: è (e quanto) giusto pubblicare inediti postumi? Fin dove arriva il potere dell’autore e dove finisce il diritto della conoscenza? Violazione o Diritto?


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Mi hanno visto in *loading* e non ho un alibi.

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