lunedì, 17 settembre 2007
Scritto dal lunatico Zagherro alle 19:02

San Giovanni in Fiore è un piccolo paese in provincia di Cosenza, ma più vicino a Crotone, non tanto in linea d’aria, ché il paese sta circa a metà strada fra i due capoluoghi, quanto per via della strada, che verso Crotone va giù praticamente dritta fino al mare, mentre per andare verso Cosenza si inerpica e si snocciola in mille curve e tornanti fra le cime verdi della Sila. A San Giovanni in Fiore c’è un bel duomo barocco, dedicato o che c’entra in qualche maniera con Gioachino da Fiore, che ho visitato quando avevo dieci anni o pochi di più. A San Giovanni in Fiore c’era anche una squadra di calcio: si chiamava Sangiovannese. La Sangiovannese non era una grande squadra, ma il manto erboso dello stadio Valentino Mazzola  -come sottolineano con orgoglio tutti i cittadini di San Giovanni- è considerato il migliore di tutta la Calabria. Meglio di quello del Cosenza, che fino quando non è stato radiato giocava in serie B, e di quello del Crotone, appena retrocesso in serie C1. Quando si parla del Valentino Mazzola, in paese, tutti parlano del manto erboso, sempre. Già, perché delle “tribune” da 2000 posti montate coi tubi innocenti su un solo lato del campo è meglio non parlare. Eppure il Valentino Mazzola, anzi il paese tutto, gode di una buona fama in ambito calcistico, poiché molte squadre blasonate del Sud o della Sicilia trascorrono qui il periodo di ritiro estivo, approfittando del clima fresco, dell’aria di montagna e del manto erboso del campo. Eppure la Sangiovannese non c’è più. Non esiste più. E’ stata radiata dopo un increscioso incidente accaduto a seguito di una partita valida per la salvezza nella categoria “Eccellenza” – girone H, qualche anno fa. A partita finita col risultato di 0-0 (inutile alla Sangiovannese), con “rigore sacrosanto” negato dall’arbitro a cinque minuti dal termine, l’arbitro fu riempito di insulti da tutti i presenti (che erano molti, sugli spalti e nei pressi dello stadio, ché quando giocava la Sangiovannese il paese tutto si fermava) e, un paio d’ore dopo, di botte da un gruppetto di animi caldi a cui quella retrocessione della squadra, e quindi del paese intero, proprio non andava giù. L’arbitro non l’hanno ammazzato, ma se poi hanno radiato la quadra, lascio a voi dedurre che i gentiluomini non si devono essere proprio trattenuti. D’altronde l’arbitro se lo doveva aspettare: negare un rigore alla squadra di casa in una partita decisiva in Calabria è una cosa che non si fa. Me l’ha detto chi mi ha raccontato questa storia e per farmi meglio capire, mi ha fatto un esempio.

Quest’estate, in una discoteca di Crotone, era presente come ospite d’onore Costantino Vitaliano, quel pupazzotto gonfiato di Maria de Filippi. Il “tronista” stava facendo il suo spettacolo presenzialista, ovvero ballava, si faceva ammirare e toccare dalle Fans, quando, mentre ballava con una ragazza, viene avvicinato da un ragazzo che, almeno al confronto col balestrato VIP, non sembra particolarmente prestante. Il ragazzo gli fa notare che quella con cui sta ballando è la sua ragazza, ma la risposta non è quella che si sarebbe aspettato:

-Levati dalle palle, non mi rompere.-

-Come?-

-Vattene va’…-

 -Sta’ attento…Lo spettacolino te lo faccio finire, poi…-

-Sì, sì…-

Il ragazzo si allontana, Costantino finisce per un po’ di concedersi alle ammiratrici e si avvia verso l’uscita del locale per prendere una boccata d’aria. Qui trova il ragazzo di prima, che, non appena lo vede, getta in terra una sigaretta, abbassa la testa e parte come un proiettile verso di lui, colpendolo allo stomaco con una testata e subito dopo con un gancio destro alla mascella. Costantino cade in terra e il ragazzo lo riempie così di calci, finché interviene il proprietario del locale ad allontanarlo. Dove sono i buttafuori, che di solito stanno proprio sulla soglia del locale? Casualmente, si trovano tutti e due all’interno, a prendere qualcosa da bere, proprio in quel momento.

Ci sono delle regole precise da rispettare, come quando un amico si è trovato a rifiutare un drink da una ragazza che non gli piaceva e subito dopo si era ritrovato isolato in un angolo da un gruppetto di persone, che gli hanno fatto presente che “è maleducazione rifiutare da bere da una ragazza: prima accetti e poi ci fai capire che non sei interessato”.

Tornando al calcio, dopo la radiazione della Sangiovannese, un gruppetto di volenterosi si era riunito per fondare una nuova squadra del paese, che fu Battezzata Silana. Con la nuova divisa splendente bianco-azzurra e soprattutto con i risultati positivi, il paese aveva riacquistato entusiasmo e la cavalcata trionfale verso la serie D era stata accompagnata da domeniche di assenteismo totale dalle strade (comunque tappezzate di bandierine e gagliardetti della squadra), dai negozi e dagli uffici pubblici. Seguivano i Lunedì di commento e i Sabati di pronostico al bar, sempre davanti a un bicchiere di buon vino o di amaro del Capo. Tutti in paese sapevano sempre con chi si era giocato e con chi si doveva giocare la partita successiva, chi stava bene e chi no, chi aveva segnato e chi aveva giocato male. Finché un giorno arrivò dal capoluogo, su un auto scura, lunga, coi vetri oscurati, un uomo di media statura, vestito di lino bianco, panama in testa e occhiali da sole, noto pioniere dell’edilizia, che volle acquistare la società. E l’acquistò. Da quel momento, la Silana ha visto solo retrocessioni poco dignitose e in ultimo, il presidente si è venduto tutto e tutti, dai giocatori al magazziniere, fino al nome e al simbolo della società, che ora appartengono a chi ha avuto voglia di comprarseli.

Chissà come si chiama, ora, la squadra di San Giovanni in Fiore…


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