Poco da fare: l'aria di casa si sente. Intanto puzza meno di fumo e, di conseguenza, i vestiti fuori dalla valigia ne puzzano più che a Bologna. Poi si mangia bene, si beve meglio e si sta in un ambiente che pare asettico per quanto è pulito. Il parquet è lucido di lacca e insieme porta i segni della mia infanzia: biglie, soldatini di metallo, omini del tipp-kick che negli anni si sono inesorabilmente infranti al suolo da altezze anche vertiginose -tipo lo scaffale alto dell'armadio dei giocattoli- hanno segnato questo povero legno. Ogni sguardo che getto attorno a me assume significato. Ogni libro, ogni costruzione in lego mezza distrutta, ogni fumetto, ogni cd, ogni fotografia, ogni cartolina stimolano mezzo sorriso e mezza malinconia. Bello. Troppo bello: ho già voglia di andarmene, di rientrare nel mio personaggio di tossico studente anarchico che vive nel presente e se ne fotte. Mah. Credo di essere andato molto vicino alla mia vera essenza, oggi. Precisamente quando mi sono accorto che stavo andando allo stadio, lasciata casa dei nonni, con la sciarpa della Triestina al collo e "Arte e Architettura in Italia" in tasca (Guido, ti giuro che è ancora in perfette condizioni). Secondo luoghi comuni queste due cose sarebbero in contrasto. "Hai un solo difetto per essere un intellettuale: ti piace il calcio." Mi è stato detto. "Allora quando tu ti guardi il calcio, io vado a ballare" mi ha detto la mia dolce metà. Bene così.
C'ho le pezze al culo.